La ricchezza dell’Africa in mostra al Pac

Hic sunt leones. Qui ci sono i leoni. Le carte geografiche antiche non lasciavano spazio a dubbi: ciò che c’era al di sotto del Sahara era sconosciuto. E forse, a giudicare dalla legenda, era meglio rimanesse così. Sono gli spazi bianchi delle mappe che, da bambino, affascinarono Joseph Conrad, facendogli sognare eroiche esplorazioni. Quando nel 1890 riuscì ad andarvi, però, non scoprì altro che «la più abietta corsa al saccheggio che abbia mai deturpato la storia dell’umanità». Sono i fatti che hanno ispirato Cuore di tenebra. Quelli che, tuttora, rimangono al centro della discussione quando si parla di Africa. Proprio le mappe – «ingegnosa valuta di propaganda politica, strumenti retorici del potere economico» – sono protagoniste dell’opera di Malala Andrialavidrazana. Le sue serie di carte geografiche – generate al computer sulla base di originali del XIX secolo ordinate da capi di Stato europeo – riflettono la corsa all’Africa, la divisione innaturale e geometrica dei confini di un continente lottizzato dai suoi usurpatori.

L’Afrique phantome, quella descritta nel 1934 all’interno diario di evasione e missione etnologica dell’antropologo surrealista Michel Leiris, nel XXI secolo, non vuole più essere definita, ma raccontarsi. Lo fa attraverso le fotografie di Seydou Keita, fotografo scoperto dal mondo occidentale solo nel ’90, ma la cui carriera inizia nel ’35, quando da uno zio gli viene regalata una macchina fotografica. Un artista – ora considerato uno dei migliori del ‘900 – che, a causa della mancanza di mezzi, per anni ha scattato con un solo click. Lo fa con le maschere di Romual Hazourmé – un topos dell’arte europea novecentesca: ma quelle tradizionali volevano nascondere la personalità di chi le portava, queste vogliono rivelarla –, una serie iniziata negli anni Ottanta realizzate con materiali come le taniche di plastica usate nel Benin, suo paese di origine, per trasportare riso da scambiare al mercato nero in Nigeria con la benzina. Lo fa con l’installazione di Georges Adéagbo, che ha raccolto ciò che i milanesi hanno scartato o perduto e che lo ha attirato: scarpe, dischi, libri, giocattoli, giornali, pezzi di plastica e ‘rifiuti’ di ogni genere. Come in uno specchio, rovesciando lo sguardo colonialista, l’artista africano mostra alla società occidentale tramite i suoi oggetti – la merce – la sua essenza.

Africa. Raccontare un mondo, come il prisma della celebre copertina di The dark side of the moon riflette le mille sfaccettature colorate di un continente complesso, irriducibile a un’unità.

Africa. Raccontare un mondo
Milano. Pac – Padiglio d’arte contemporanea
Fino all’11 settembre
Curatrice: Adelina Von Furstenberg, Video e performance: Ginevra Bria

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Al cinema con lo smartphone: siete pregati di accendere i cellulari

Sale cinematografiche in cui è possibile chattare e usare gli smartphone. A dieci anni dalla presentazione del primo iPhone, l’oggetto che ha rivoluzionato le nostre esistenze, anche l’ormai vecchia arte cinematografica, ha bisogno di essere ripensata. Nel caso in questione, la proposta farà probabilmente inorridire i puristi, ma la voce da cui proviene è autorevolissima: ad affermarlo è Adam Eron, l’amministratore delegato dell’AMC, l’American Movie Classics Entertainement, società che controlla una delle maggiori catene di cinema statunitensi. Secondo Aron bisognerebbe predisporre sale riservate esclusivamente a chi non riesce a smettere di usare il proprio smartphone neppure in certi

niente-piu-figuracce-al-cinema-microsoft-inventa-lo-smartphone-che-si-silenzia-da-solocontesti. «Abbiamo bisogno di ridisegnare il nostro prodotto in modo concreto, per fare in modo che i Millenials vivano il cinema con lo stesso grado d’intensità di chi è venuto prima di loro».
L’idea è in divenire, e presenta ancora delle criticità. Ma non mancano gli aspetti positivi anche per chi è contrario, e  il fautore della proposta non tarda a segnalarlo: predisporre delle sale apposite, per esempio, permetterebbe a chi rifiuta l’idea di utilizzare lo smartphone in sala di non essere infastidito dai molti che già ora lo usano.

I sopracitati puristi dovrebbero inoltre ben sapere che il cinema nasce come mezzo di comunicazione popolare, in cui le prime brevi proiezioni prevedono una rumorosa partecipazione del pubblico e sono inframmezzati da spettacoli di vario genere. Solo dopo, una volta accettato dal mondo borghese come arte degna di essere considerata tale, i codici di comportamento hanno imposto il silenzio in sala.

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Tutto questo senza dimenticare lo sviluppo, negli ultimi anni, di app pensate per essere utilizzate nel buio della sala, le quali permettono a ciechi e sordi di godere della proiezione anche quando i cinema non prevedono sottotitoli o audiodescrizioni.

In uno scenario del genere il passo verso il cinema interattivo, in cui lo smartphone diventa un mezzo per interagire non solo con l’esterno, ma con la proiezione stessa, sembra essere molto breve.

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70 anni e non sentirli: la Cineteca di Milano

La cineteca di Milano nasce nel ’35 come raccolta privata del collezionista Mario Ferrari. Viene implementata da molti film raccolti dai registi Alberto Lattuada e Luigi Comencini che ne assumono la gestione nel ’38, alla morte del suo fondatore.
Nel 1940 Comencini e Lattuada organizzano, all’interno della VII Triennale di Milano, una Mostra del cinema in cui proiettano film – come la Grande Illusione di Renoir – mai visti nelle sale italiane, inviati clandestinamente da arigi dal direttore della Cinématheque française Henri Langloise.

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Interno dello Spazio Oberdan, sede principale della Cineteca di Milano

Dal ’40 al ’45, durante la guerra, le attività della Fondazione sono sospese e l’archivio trasportato in una cascina di Vaprio d’Adda, dove fu recuperato intatto dopo la Liberazione. Viene costituita come associazione nel ’47. Negli anni ’50 è fondamentale per la diffusione di film nei nascenti circoli cinematografici sparsi per la Penisola.
Nel 1954 trasferisce la propria sede nella storica Villa di via Palestro, dove apre al pubblico l’emeroteca, la biblioteca e la fototeca, primo nucleo del futuro museo del cinema, aperto nel 1985 nel Palazzo Dugnani, trasferito e ampliato nel 2012 nell’ex Manifattura Tabacchi, nel quartiere Bicocca di Milano.

Diviene fondazione nel 1996, sotto la presidenza di Gianni Comencini, fratello di Luigi, mentre è del ’97 la collana editoriale dedicata alla storia del cinema i Quaderni Fondazione Cineteca Italiana. Definita dalla FIAF, federazione internazionale degli archivi

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Uno scorcio del MIC (Museo interattivo del Cinema), nel quartiere Bicocca

filmografici, «uno dei più importanti archivi di film muti d’Europa», l’istituzione si è negli ampliata a dismisura grazie a donazioni, recuperi e restauri di pellicole. Attualmente custodisce oltre 20mila film e più di 100mila fotografie riguardo la storia del cinema, oltre a un’ingente raccolta di sceneggiature originali e un corpus di 15mila manifesti cinematografici.

Per l’anniversario dei suoi 70 anni la Cineteca di Milano organizza, a partire da questo gennaio, una serie di rassegne in cui verranno proiettati capolavori e film rari della storia del cinema, tutti in copie in pellicola 35mm.

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Luigi Comencini, un regista italiano

Luigi Comencini nasce a Salò (Brescia) l’8 giugno del 1916. Trascorre l’infanzia a Parigi a seguito del padre ingegnere, dove si innaomra del cinema.
Rientrato in Italia, studia architettura al Politecnico di Milano, dove durante gli anni ’30 conosce Alberto Lattuada e Mario Ferrari, con cui inizia a dedicarsi alla ricerca e conservazione di vechide pellicole, gettando le basi per la fondazione, a Milano, della Cineteca italiana.
imagesNegli anni del Ventennio inizia anche l’attività di critico, mentre il suo primo vero successo dietro la macchina da presa ha luogo nel ’46, con il breve documentario Bambini in città, sulla condizione dell’infanzia nelle periferie urbane. Nel 1948 arriva il primo lungometraggio, Proibito rubare.
Queste prime prove lo fanno emergere come «regista dell’infanzia», temi su cui tornerà anche in seguito. Ma il suo stile, armonioso e soave, non è di facile catalogazione; gli anni ’50 lo portano ben presto ad allontanarsi dal neorealismo a quei tempi imperante, per dare l’avvio ad un altro fondamentale filone del cinema italiano del dopoguerra, quello del neorealismo rosa. Nel 1953 firma un film spartiacque come Pane, amore e fantasia, con Vittorio de Sica e Gina Lollobrigida; l’immediato successo lo porta a girare, nell’anno seguente, Pane amore e gelosia. Comencini è anche co-sceneggiatore di entrambi i film, in cui commedia dell’arte e gusto sono fuse con grande maestria.
Chiuso il ciclo del neorealismo rosa nel ’60 arriva un altro capolavoro, Tutti a casa con protagonista Alberto Sordi, uno dei film capostipite della ‘commedia all’italiana’, tragicommedia grottesca sull’Italia (e gli italiani) post 8 settembre, in cui ancora una volta al centro della cinematografia di Comencini spiccano fieramente gli “italiani”, un popolo dai tratti orgogliosi e dal linguaggio disinvolto.155203682-43b3118f-b0a5-46f5-a8af-cb599aec4c09
Ma Comencini non è tipo che si adagia sugli allori, e continua a mettersi alla prova sperimentando la tv. Lo fa prima con Le avventure di Pinocchio (’71), e poi con Cuore, sceneggiati Rai accolte con grande entusiasmo dal pubblico. Chiude la sua carriera nel ’91, con il remake di Marcellino pane e vino; nel frattempo, riceve il Leone d’oro alla carriera, alla mostra del cinema di Venezia dell’87. Muore a Roma il 6 aprile 2007.
Inventivo, coraggioso e sempre disposto a rischiare in prima persone, Comencini è stato un intellettuale che come pochi ha saputo cogliere i mutamenti dell’Italia del secondo dopoguerra. Lo dimostra la sua filmografia, varia e complessa, in cui si è messo alla prova con diversi codici ottenendo sempre grande successo.

La cineteca di Milano, come evento inaugurale delle manifestazioni che si terranno lungo tutto il 2017 per i 70 anni dell’istituzione, dedica uno spazio a Comencini fotografo, esponendo fotografie del regista databili tra il 1945 e il 1948.

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Il Mostro di Düsseldorf: Fritz Lang e il cinema noir prima dei thriller americani

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Daily Noise oggi si sposta dalla musica al cinema, gentilmente ospitato in questo esperimento dalle pagine di Amarcord. Proverà a raccontarvi della settima arte, improvvisando qua e là. 

Non solo gli americani hanno i loro serial killer. Anche gli europei possono vantare una lunga lista di feroci assassini e misteri insoluti. Anzi, sono stati forse i registi del vecchio continente ad aver dato vita al genere che oggi chiamiamo thriller. Ma che un tempo era il noir.

Allo spazio Oberdan, a Milano, è tempo di noir. Il genere poliziesco è in rassegna fino al 14 dicembre nella sala Alda Merini con la proiezione dei capolavori di Fritz Lang e Dario Argento. A differenza del giallo, cugino cinematografico, il genere nero ha sfumature cupe, non solo cromaticamente. L’ambientazione e la psicologia dei protagonisti si confonde tra le tenebre man mano che la narrazione prosegue, rendendo impossibile allo spettatore capire dove bene e male si dividono.

Anche la Germania ha avuto il suo Jack lo Squartatore. E il regista tedesco Fritz Lang, maestro del cinema muto, lo mette in scena nel suo M. – Il mostro di Düsseldorf, una delle prime pellicole in cui sperimenta l’uso del sonoro.  Il film del 1931 è forse uno dei noir per eccellenza, dove l’atmosfera thriller si confonde con le tecniche della grande scuola espressionista tedesca. La storia, ispirata a fatti realmente accaduti, è quella di Hans Beckert, omicida seriale, interpretato da Peter Lorre, che nella Düsseldorf di anni ’20  semina il panico uccidendo otto bambine. La polizia, priva di qualsiasi indizio, organizza retate nei quartier malavitosi della città per catturare l’omicida, ma senza ottenere risultati. Questo scatena le furie delle gang criminali che, minacciate dalla pressione della polizia, decidono di trovare il “Mostro” e farsi giustizia da soli. Le loro ricerche si rivelano più efficaci di quelle delle autorità, finché il Mostro non viene identificato dalla “M” di Mörder (assassino) segnata sulla sua schiena da un mendicante. Ma nel momento topico della resa dei conti, la polizia raggiunge i criminali che intanto avevano accerchiato il “Mostro”. Quello che succede dopo fa parte del mistero, come di consueto per il genere noir.

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Ebbene, la stagione cinematografica dei serial killer risale a tempi antichi. Non è un prodotto di Hollywood, ma una delle tante creazioni originali del cinema d’autore europeo. Lang in particolare dimostra di essere molto abile nell’usare l’ambientazione noir, legandola alle sue esperienze espressioniste e alle “nuove” tecniche sonore: ne è un esempio il motivetto che il “Mostro” fischietta e che sarà poi l’indizio usato per svelarne l’identità.

 

Mattia Guastafierro

 

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Un pomeriggio di ordinaria noia a Parigi

Nella capitale francese succede anche questo. Qualche giorno fa, girando a zonzo per la città, sono stato protagonista di una particolare avventura, di cui ho deciso di darvi conto in questo diario che troppo poco spesso mi trovo ad aggiornare.

lumiere_sortie_d_usineIl 28 dicembre, durante un sabato pomeriggio freddo e piovoso, mi sono ritrovato per caso nei pressi del Boulevard des Capucines, nel 9° arrondissement, a pochi passi dalla nuova, monumentale Opéra. Mentre passeggiavo per la città la mia attenzione è stata attirata da uno striscione esposto al di fuori del Salon indien, sala seminterrata e secondaria del Gran Café della via, utilizzato fino a poco tempo fa – prima che la prefettura ponesse fine al divertimento – come sala da biliardo. Il cartellone recitava: “Cinematographe Lumière. Entrèe un franc”, cinematografo Lumière, entrata a un franco. Visto il prezzo popolare, e non avendo di meglio da fare, mi sono addentrato, incuriosito dall’enigmatica scritta.
Scese le scale sono giunto in una stanza semi-deserta , in cui i fratelli Auguste e Louis Lumiére spiegavano il funzionamento della loro invenzione, il cinematografo. Si tratta di un macchinario che permette di vedere una successione di immagini ad alta velocità su uno schermo, dando l’impressione che le stesse si muovano. Dopo aver illustrato le supposte mirabolanti capacità dell’apparecchio, il programma prevedeva dieci ‘vedute’, riprese girate dagli stessi Lumiére, dalla durata di qualche minuto l’una.

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Me n’è bastata una, la prima: La sortie des usines Lumiére (L’uscita dalle officine Lumiére, ovvero dalle fabbriche del padre). La pellicola, girata a Lione la scorsa primavera, mostra un ampio gruppo di operai, per la maggior parte donne, al momento dell’uscita di una fabbrica a Montplaisir, alla periferia di Lione. E’ sufficiente osservare le ombre per capire come la veduta sia stata girata a mezzogiorno, orario in cui – benché a molti di sicuro non dispiacerebbe – difficilmente si esce da lavoro; le lavoratrici poi, vestite con ampie gonne e cappelli piumati, assomigliano più a contesse che a operaie; i padroni che arrivano in carrozza poco prima che il portiere, in modo diligente e ordinato, chiuda la porta, sono l’indegno finale di questa farsa.

Non sorprenderà che, tra il pubblico, si vociferava come gli stessi Lumière abbiano definito la loro invenzione «senza futuro». Giunta la mia pazienza al limite, ho abbandonato le poche decine di persone e l’ampia coltre di fumo che popolavano la stanza e, a costo di sfidare il freddo, sono tornato a casa.
Se l’intento era quello di mostrare sprazzi di vita vissuta, non ci si è riusciti. Se si voleva raccontare una storia, niente supererà mai un buon libro.
Chi vogliono fregare questi francesi?

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Judy Garland, la bambina prodigio che morì di overdose

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Francis Ethel Gumm – vero nome di Judy Garland – nasce il 10 giugno 1922 da genitori attori. A 3 anni ancora da compiere inizia a cantare con le sorelle nel trio Gumm Sisters, con cui a partire dal ’29 partecipa ad alcuni film musicali.

Nel ’34 viene notata da un talent scout della MGM, una delle case di produzione più importanti della Hollywood del tempo, da cui viene messa sotto contratto con il nome d’arte di Judy Garland. Il cortometraggio del ’36 Every sunday è il vero esordio, mentre nel solito anno Pigskin parade apre la lunga serie di 27 film girati con la MGM, quasi tutti musicali.

Viene poi affiancata al già famoso e anche lui giovanissimo Mickey Rooney, con cui dal ’37 al ’48 gira nove film, una delle coppie di adolescenti più prolifiche e fortunate della storia del cinema. Il primo grande successo, con Broadway melody (’38), è soprattutto dovuto al monologo ‘dear Mister Gable’, in cui la Garland recita la parte di un’ammiratrice del grande divo intenta a scrivere una lettera al suo idolo.
D-judy-garland-mago-di-oz.jpg (605×405)Il film segna il decollo dell’attrice che sin dai suoi primi film canta, facendo innamorare il pubblico della sua voce straordinaria, dai toni acuti e penetranti, al contempo profonda, intensa e duttile. Eccezionalmente espressiva.

La definitiva consacrazione arriva nel ’38, grazie a Il mago di Oz. A inizio ‘900 era iniziata ad apparire la serie di libri di Oz per bambini, scritti da Frank Baum, diventati poi best seller. Nel 1925 era avvenuto il primo tentativo di trasposizione cinematografica, con un film muto di Oliver Hardy. La MGM decide di girarne una nuova versione, mettendo a disposizione per il progetto un budget da 2 milioni di dollari e un regista d’onore, quel Victor Fleming che nel solito anno gira Via col vento. La prima attrice individuata per il ruolo della dolce e sognatrice protagonista Dorothy era stata Shirley Temple, che però non accetta. La casa di produzione decide allora di affidare il rolo a Judy Garland

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Judy Garland tra le due sorelle, con cui formava il trio The Gumm Sisters

Il film, un successo senza tempo, porta l’appena 16enne Judy alla ribalta. Ma dietro le quinte di quel film iniziarono anche i suoi primi problemi: il boss della MGM Louis B. Meyer, per farle mantenere i ritmi di lavoro e non prendere peso la costrinse ad iniziare ad assumere eccitanti.

Il pubblico si innamorò di lei per la sua allegria, la sua sincerità, il suo carattere generoso e affettuoso. Per gli stessi motivi, la MGM la sfruttò. La casa di produzione tuttavia, nonostante il disappunto, non riuscì ad impedirle di sposare, nel 1941, il direttore d’orchestra David Rose. Un’unione destinata a breve vita. Durante gli anni della guerra la Garland recita in diversi film musicali e nel ’44 incontra il regista Vincente Minnelli, anno in cui la dirige nel più avvincente musical della MGM, Meet me in St. Louis. I due si sposano, con l’entusiastica approvazione della MGM, nel luglio ’45. Nel marzo seguente nasce la figlia Liza.

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I coniugi Minnelli con la figlia Liza, che a sua volta diventerà attrice e cantante di grande successo

Negli anni successivi gira altri film con il marito, in cui dà prova di tutta la sua estrosità sviluppando ed accentuando la sua recitazione, in perpetua tensione emotiva e fisica. Ma i ritmi di lavoro continuano ad essere estenuanti, e la Garland si abbandona ad un uso smodato di sonniferi ed eccitanti, diventandone dipendente.
Nel ’48 viene per la prima volta ricoverata in clinica, e nel giugno ’50 tenta il suicidio. Negli stessi , durissimi, anni si separa da Minnelli e chiude la carriera alla MGM.

 

Ma nel ’54 l’ex bambina prodigio con E’ nata una stella, si prende la sua rivincita, chiudendo la carriera cinematografica da protagonista col botto. George Cukor la dirige in un film semiautobiografico in cui la Garland porta in scena molti dei fantasmi di cui è stata preda nel corso degli anni. Un film magnifico, che nonostante la candidatura all’Oscar fu perlopiù incompreso all’epoca.
Negli anni successivi, il terzo e quarto matrimonio sono la testimonianza di un’esistenza che continua a essere tormentata. Sono i tempi della memorabile apparizione in Vincitori e vinti (’61), e della partecipazione, nel ’63, agli Esclusi e ad Ombre sul palcoscenico, definitivo epilogo della sua parabola sul grande schermo. La Garland predilige ormai dedicarsi ai concerti, in cui alterna successi a fallimenti.

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E’ nata una stella, 1954

Muore, giovane e piena di debiti nonostante una vita di successi, il 22 giugno ’69. E’ l’ultimo marito a trovarla in casa senza vita. L’autopsia stabilì che il decesso fosse dovuto all’abuso di babiturici.

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